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Recensione di Andrea Romeo
giovedì 31 ottobre 2013
Arrivano da Torino, città molto particolare e attenta dal punto di vista musicale, perché rispetto al mainstream imperante ha sempre privilegiato proposte musicali decisamente peculiari, alternative, se si vuole.
Ed infatti la formazione dei Progetto Luna, pur utilizzando una strumentazione, per così dire, convenzionale, utilizza l’elettronica e la multimedialità per proporre uno scenario sonoro particolare, ricco di stimoli sensoriali e di riferimenti alla psichedelia tout court.

Ogni tanto sento le voci è il frutto di quattro anni di lavoro, di un percorso che ha messo insieme esperienze anche molto differenti, gospel, elettronica, rock più “classico”, armonizzate in una amalgama che funziona, funziona bene. Il risultato è una sorta di synth pop ricco di sfumature, mai troppo lineare o “plasticoso”, ma anzi capace di guizzi, impennate, giravolte sorprendenti, anche all’interno di uno stesso brano: il ritmo in levare che caratterizza Onda è solo la prima di molte sorprese.

Il variegato universo musicale dei Progetto Luna si avvale anche di testi intriganti, ben costruiti, a tratti intimistici, in altri momenti addirittura onirici, quasi trasognati, non privi di passaggi più “forti”, più aggressivi, come ad esempio Sono vivo, brano che entra in testa sia attraverso il loop musicale che attraverso quello testuale, così come Ridere di nuovo, incipit in stile Bluvertigo e svolgimento quasi “rappato”, come a dire che gli stili, volendo, possono essere più contigui di quanto si possa pensare.

Piano piano l’album si trasforma, prende la direzione di un synth-pop abbastanza elaborato, ricco di sfumature ed arrangiato con una certa ecletticità di soluzioni sonore.
Respira infatti è un pezzo che pur nella sua brevità rappresenta la chiave di volta per interpretare la seconda parte di questo lavoro; musicalmente l’album diventa più omogeneo, ma non perde assolutamente il “tiro” di primi brani, e non scivola nel manierismo, un po’ piatto, che spesso caratterizza le produzioni di questo tipo. Anzi, appaiono qua e là riff di chitarra “belli carichi”, la ritmica si fa via via più serrata, come in Un mondo senza Re, o anche Ogni tanto sento le voci, tirate e distorte come si conviene, fino a Quello che vorrei, dove appaiono elementi epici, quasi sinfonici, ed il brano diviene arioso, avvolgente…

Non si fanno mancare nulla i cinque piemontesi, ed il loro progetto ha gambe solide per camminare a lungo.


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